18.5.09

Cometa e gli atei

Una buona parte dei o delle blogger con cui dialogo si definiscono atei.
Spesso mi sorprendo per le affinità di vedute con loro, nonostante dentro di me mi senta quasi uno spiritualista, lontano anni luce da una visione razionalista del mondo.



Quello che non posso condividere è l'assunto, a cui si rifanno riduttivamente molti atei "radicali", secondo cui si può affermare solamente ciò che è sperimentabile coi 5 sensi principali ed elaborato attraverso la logica; una posizione ben rappresentata dalla celebre battuta di Gagarin nello spazio: "Non vedo nessun dio quassù."

A mio parere, non ci sarebbe alcun bisogno di stabilire una teoria per escludere lo spirituale. La conseguenza di questo principio è una rete con un sacco di smagliature: l'ateo, se posso generalizzare, ha spesso un grande rispetto per il "fattore umano", per tutto ciò che determina la specificità umana, e quindi anche per un'ampia serie di manifestazioni dell'animo o dell'intuito (la poesia, l'arte, il sentimento, la vita psichica) che sono fatti più della materia dello spirito che di quella del fegato.
Facendo di ogni erba un fascio, in genere trovo più rispetto delle diversità tra coloro che si dicono atei, che tra quelli che si definiscono "credenti".

Quello che manca alla sensibilità umana e democratica degli atei, generalmente, è il rispetto per la religiosità o la vita spirituale del singolo.
Ho subito spesso l'irrisione di chi mi accusava di credere in superstizioni o fantasmi, senza rendersi conto di quanta parte delle facoltà umane  siano implicate in attività altrettanto simboliche, quali la poesia o la filosofia.


E poi, rovescio la medaglia: l'ateo ha per definizione un forte senso laico dello stato. Ma qual è il genere di laicismo di chi non professa alcuna religione? Il suo laicismo spesso è dogmatico, non è passato attraverso alcuna riflessione, alcun dibattito, perché lo ritiene superfluo. Tuttavia, non può capire i pericoli di uno stato confessionale chi considera con lo stesso disprezzo o disinteresse qualsiasi forma religiosa, da quella che si conforma all'etica umana e la completa (per esempio, arricchendola della componente di compassione, oppure con il riconoscimento del principio divino in ogni persona, aspetti presenti in varie confessioni e filosofie) a quella sbandierata o imposta col solo scopo di farne uno strumento di controllo delle coscienze.
Non faccio alcun esempio: a ciascuno lascio la possibilità di avvicinare le mie considerazioni alle situazioni reali nella Storia e nell'attualità.

In questo atteggiamento che ho appena descritto percepisco una forma di dogmatismo. Parrebbe un paradosso, ma non lo è: lo dico serissimamente.
Esempio: ricordate i bus con la pubblicità dell'UAAR, quelli con la scritta "LA CATTIVA NOTIZIA E' CHE DIO NON ESISTE"? Quale differenza (e non solo di forma) col modello inglese a cui si sono ispirati: "THERE'S PROBABLY NO GOD"! La mancanza di quel probably non è solo meno polite, ma rispecchia un modo di ragionare che trancia, senza sfumature, senza discussione.

In questa forma dogmatica, io vedo una reminiscenza degli effetti nefasti dell'educazione cattolica che tutti gli italiani (ahimè, anche i non cattolici) hanno ricevuto e subito.
In mancanza di un argine quale la rivoluzione francese, che ha prodotto il modello di citoyen  (cioè il livello di condivisione sociale comune a tutti, a prescindere dalla provenienza etnica, religiosa o politica), la struttura gerarchica autoritaria del cattolicesimo romano, con a capo nientemeno che un personaggio infallibile a prescindere da quello che dice (salvo venire contraddetto dal suo successore) ha penetrato profondamente la cultura italiana, vi si è diffusa capillarmente, ha innervato il carattere della società, favorendone gli aspetti di passività, di unanimismo, di esclusione del diverso.
Aspetti che immediatamente rivelano il carattere non evangelico del sistema cattolico, dal momento che sono in palese contrasto con l'imitazione di Gesù, per come è ritratto nei libri canonici ed in quelli apocrifi (militante, sovvertitore, stimolatore del percorso individuale, fortemente egualitario, anzi sbilanciato verso i reietti, i deviati, le donne, gli stranieri); l'autorità papale si configura come un riferimento non spirituale, ma morale, e quindi fortemente conservatore, anacronistico e censorio.

E allora? Allora, secondo me, c'è bisogno di un atto di liberazione personale che vada oltre il solito trito e ritrito anticlericalismo, la minestrina lunga e riscaldata del supposto coraggio dell'ateo di fronte alla morte: coraggio che non può in nessun caso dipendere da una teoria, da una posizione ideologica. Non c'è liberazione dalla religione imposta senza una critica delle radici profonde che hanno determinato ciò che siamo oggi.

Attendo vostre reazioni.
:-)

14 commenti:

federica sgaggio ha detto...

Ma religiosità e spiritualità non sono due cose estremamente diverse?

Io la percepisco così, perlomeno.
Nemmeno io riesco a riconoscermi nel razionalismo, e sono molto scettica perfino sulla scienza.
Oserei dire che sono scettica su (ma è «su» la preposizione giusta? Sono completamente fuori, stamattina!) qualunque ortodossia.

È la religione come fatto sociale ciò che non approvo. Come fatto individuale (o anche comunitario) mi pare un diritto elementare dell'essere umano.

Quanto al resto, una dose di fiducia nel magico - inteso nel senso di imperscrutabile - è ciò che mi tiene in piedi, che mi tiene allegra.
Ma onestamente non lo posso chiamare religione.

rom ha detto...

La distinzione che faccio da qualche anno è tra religiosità (aperta) e religionità (chiusa).
Mi sono interessato al buddhismo, che, come sai, originariamente non comporta credere in divinità, uniche o multiple che siano. Anzi: non comporta il credere, ma piuttosto il vivere in prima persona le indicazioni date dal Buddha - famoso è il discorso in cui Buddha, più o meno, dice: usa quello che ti dico come una zattera che ti serva per passare da una sponda all'altra del fiume, e una volta arrivato lì prosegui il tuo cammino, lasciando la zattera. Poi, anche Buddha e l'insieme delle sue indicazioni sono stati trasformati in religionità e religione, ma non sempre.
Una cosa certamente riconosco alle analisi di quell'uomo che fu chiamato "Risvegliato" in un periodo - dal sesto al quinto secolo avanti Cristo circa - in cui in varie parti del mondo l'uomo cominciò a pensare, a diventare consapevole di se stesso: le analisi di Buddha sono molto fini e precise, e può certamente essere considerato il primo grande psicologo dell'umanità - anche se a lui interessava soprattutto la parte terapeutica, la pratica di liberazione, la cura dal dolore umano legato all'esistere, all'esser nati.

cometa ha detto...

@ federica: bentornata su questi schermi! Ti ringrazio molto per il tuo intervento. Non ti rispondo subito perché come sai non ho il dono della sintesi. Appena possibile proverò a farlo in un nuovo post.
Intanto, buona giornata! erri

@ rom: non so se ho colto esattamente il senso della tua distinzione tra religionità e religiosità. Mi pare (ma ci tornerò sopra, come ho promesso a Federica) che tu poni il problema tra una religione "attiva" ed una passiva, imposta. Se ho compreso il senso di "aperta" e "chiusa", provo a risponderti coi miei poveri mezzi intellettuali.

Il termine "religione" non sottende automaticamente un'ortodossia. Né è un "fatto sociale", nel senso che richieda una fede collettiva, non personale.
La fede non può mai essere collettiva, anche se può essere condivisa; ad esempio, posso condividere con te la fede in una società di liberi ed eguali. Ma la mia fede rimane una cosa personale.
Tu dici "a lui [Buddha] interessava soprattutto la parte terapeutica, la pratica di liberazione": certamente, ma come espressione di un orientamento di vita, la compassione. Se me lo concedi, questo crea una differenza di intenzione tra il Buddha ed un* psicolog* di oggi. Buddha o il/la buddista sono mossi dall'amore disinteressato: uno stato estremamente difficile da raggiungere, il traguardo di un lungo percorso di elaborazione, per eliminare qualsiasi forma di "attaccamento"; in pratica, la conquista della libertà assoluta.
La sola pratica psicoterapeutica senza quell'amore disinteressato è tutt'altra cosa.
Ecco, questa cosa dell'intenzione è fondamentale nel buddismo come in qualsiasi altra forma religiosa.

Sono un po' frettoloso e superficiale, ma spero di essere riuscito a risponderti un poco.
Ciao, erri

upupa ha detto...

io non mi sono mai dichiarata atea...ma non mi sono mai riconosciuta in una religione ufficiale ,come quella cattolica,che non ha nulla di "religiosità"...che ha dimenticato i suoi fondamenti e ha rilegato Cristo in un cantuccio molto male illuminato!
la mia religiosità la vivo ascoltando la mia coscienza che mi avvicina agli umili,a chi non ha voce e a chi soffre...
Per me è sperimentare l'altro standogli vicino..cercando di capire...
scusa ma non voglio avere niente a che fare con quella parte della chiesa che predica bene e razzola male!Non voglio neanche offendere nessuno..è solo la mia posizione e l'ho "raccontata" anche in modo soft ....

rom ha detto...

" ... la pratica di liberazione: certamente, ma come espressione di un orientamento di vita, la compassione..."
Una puntualizzazione, riguardo alla tua affermazione. La pratica di liberazione buddhista non è espressione della compassione come orientamento di vita. Non lo fu in Buddha, e non lo è in alcune forme di buddhismo che della compassione se ne fregano assai...
La compassione viene dopo, se viene, e generalmente nei buddhisti viene - ma dopo e non sempre, in alcuni gruppi come assetto ricercato, voluto, dichiarato.
Prima e sempre, comunque, gli atti psichici di liberazione sono fortemente orientati verso l'ottenimento del distacco, da tutto e da tutti. C'è, a mio parere, in questi atti di "allontanamento psichico" sia emotivo che cognitivo, un pericolo. Essi mettono necessariamente in gioco quella parte dell'animo umano che è stata definita in vari modi, ma che comunque riguarda qualcosa che può condurre ad un tipo di indifferenza che è la base di ogni patologia psichica, più o meno grave a seconda dell'estensione e della possibilità di recupero o della irrecuperabilità dell'indifferenza attuata.
Una immagine usata, molto bella, è quella del riuscire a prendere un gioello prezioso appoggiato sulla testa di un serpente velenoso: qualche pericolo, c'è!...
Nelle psicoterapie fini di tipo psicoanalitico, questo pericolo lo si conosce bene.
Buddha raggiunse la liberazione dal dolore - che è poi angoscia più o meno acuta e pervasiva - per se stesso, tentando prima attraverso le pratiche conosciute al suo tempo, quelle degli asceti yoga, e poi a modo suo. Dopo aver raggiunto per se stesso lo scopo che aveva per se stesso cercato, armato della capacità di distacco dalle cose del mondo e dagli esseri umani, passò trent'anni andando in giro a tentare di far conoscere ciò che aveva vissuto e capito, e questo andare fu, sì, espressione di compassione, anche se il termine ha connotazioni diverse dalle nostre e va di più verso l'etimo della parola, com/passione, risonanza emotiva, empatia.
Questa stessa successione la trovi nell'immaginario e nella pratica zen, ma non sempre: a volte la successione porta al grande cerchio del vuoto e lì si ferma, più spesso dopo il grande cerchio c'è il ritorno al villaggio, agli altri esseri umani.

Per la differenza tra psicoterapia e pratiche di liberazione tipo quelle a cui stiamo accennando, ci sono molti interessanti studi, e la loro conclusione è che le differenze sono molto meno delle convergenze. Dipende, ovviamente, dal tipo di approccio terapeutico, e dalle pratiche di liberazione. Prova a leggere qualcosa di Karl Rogers, ad esempio, per non parlare della psicologia transpersonale, o dell'approccio iunghiano - ma non c'è bisogno di andare molto lontano: l'attenzione fluttuante di Freud, come evidenzia Epstein in un bel libro intitolato "Psicoterapia senza l'Io", è pari pari una delle due forme di meditazione usate nelle pratiche di liberazione buddhista, e psicoanalisti come Fromm, o la Horney, furono assidui frequentatori delle lezioni di Suzuki tenute in America.
Gli atteggiamenti in psicoterapia possono essere vicini o lontani dalla "compassione" come la intendiamo comunemente. A Freud della terapia interessava poco o niente; per Rogers, invece, uno psicoterapeuta senza "accettazione incondizionata", senza autenticità, e senza empatia non riesce a fare terapia, a prescindere da quale sia la sua scuola di riferimento: a lui, dell'analisi non interessava niente, ed era contrario a qualsiasi forma di interpretazione - lo scopo era la liberazione del "cliente", non paziente, dagli impedimenti all'essere se stesso, guidato da se stesso, poiché secondo questo psicoteraputa ognuno sa come uscire dai suoi problemi e ha solo bisogno di trovare l'occasione, un ambiente affettivo metodicamente attento e non invasivo, per liberarsi e attuare il desiderio di compiere la sua vita, vivendola.

pablito ha detto...

Post interessante, a cui mi riprometto di rispondere per esteso sul mio blog.

Tua madre Ornella ha detto...

Cometa,
nella mia situazione risponderti è difficilissimo, in altri tempi...
Ora posso solo dirti che non credere a una qualche forma di spiritualità equivarrebbe ad impazzire.....(ma nulla a che vedere con il senso classico della religione cattolica)Ho sempre creduto che la materialità fosse solo una parte dell'esistenza ben piu' estesa, ora... è una necessità!
Bel post, ti abbraccio
Ornella

cometa ha detto...

@ upupa: una cosa è religione, altra cosa è Chiesa, cioè comunità di credenti cristiani (anche se qualche altra confessione ha talvolta utilizzato questo termine, per es. Scientology) uniti da affinità che riguardano la loro fede. E' completamente un'altra problematica. Non sostengo assolutamente l'avere a che fare con una Chiesa, se ho dato questa impressione mi dispiace, perché il mio discorso voleva guardare e implicare la sola sfera individuale. Come tale, non ho fatto distinzioni tra religioni; ho però citato e criticato la cultura cattolica che informa la nostra società.
Mettiti serena. Non avevo intenzioni "evangelizzatrici". Oppure, in fondo, sì: il Vangelo è un gran libro che si può leggere sotto vari aspetti. Il modello di società, o di rapporti sociali, ad esempio, è bello ed estremo, soprattutto se contestualizzato alla sua epoca. Siamo abbastanza "grandi" da apprezzare con libertà ed autonomia di giudizio, oltre alle canzoni De Andrè, anche un libro di 2000 anni che dice le stesse cose?
Ciao!

@ rom: scusa, non mi piace essere così netto, non credo in opinioni "giuste" o "sbagliate", ma quello che scrivi sulla compassione non è corretto.
Forse non mi sono spiegato bene, e in tal caso ti prego si scusare il mio modo di esprimermi inadeguato o grossolano.
Il "grande cuore compassionevole che abbraccia tutti gli esseri" è attributo essenziale che caratterizza il Bodhisattva, ed è prodotto dal distacco. La condizione di Sravaka, che pure raggiunge la conoscenza, non è terapeutica perché priva di compassione. (D. T. Suzuki, "Il Gandavyua, l'ideale del Bodhisattva e il Buddha", in "Saggi sul Buddhismo Zen"). Il distacco non è riduttivamente "allontanamento psichico", ma elaborazione e conseguente superamento.
Questo riguarda ovviamente in primis le pratiche del Buddha durante il periodo di ritiro dal mondo.

La compassione buddista è un concetto preciso e assoluto, senza mediazioni. Non ci può essere atteggiamento "vicino" o "lontano" da esso, non ha autentica relazione con la compassione "come la intendiamo noi", né con tecniche di psicoterapia. Anche Naranjo ha scritto sull'integrazione di psicoterapia verbale e meditazione, ma è bene capire che tra le tecniche di meditazione e il raggiungimento del grande cuore compassionevole c'è la stessa relazione che intercorre tra i primi passi di un bimbo ed il sogno di viaggi umani oltre la nostra galassia.
Ma questo non ha nulla a che vedere con l'argomento del mio post.
Ciao, cometa

cometa ha detto...

@ Ornella: sento anch'io qualcosa di simile: una convinzione ed una necessità. Non un bisogno, non una consolazione.
In relazione a quello che stai vivendo, io credo. Credo nella giustizia e credo nella possibilità di (ri)trovare la felicità, qui sulla terra.
Ti abbraccio, erri

artemisia ha detto...

Personalmente, sono credente, anche se la mia fede non corrisponde a nessuna religione ufficiali, ma credo nella forza del Bene che comunemente chiamiamo Dio. Ci credo non per bisogno ma per convinzione logica, anche se può sembrare un paradosso. Credo nel Bene e credo che operare secondo il Bene renda buoni, renda migliori e più puri, al di là di ciò in cui si crede o non crede. Non credo in un Dio che salva o condanna, credo nella possibilità che ognuno di noi ha, se vive secondo il Bene, di accedere a una realtà superiore, già da qui ed ora. Per far questo, credo ci siano molte vie, spirituali ma anche pratiche, precetti di vita semplici ma difficili da seguire.

Distinguerei tra spiritualità e religione, dove quest'ultima è la forma più o meno istituzionalizzata della prima. La religione, come dice l'etimologia della parola, "lega", è un fattore coesivo notevole all'interno di tutte le culture, e risponde probabilmente ad una necessità sociale e umana. Direi che le religioni sono espressione della spiritualità.

rom ha detto...

Mi sembra che il buddhismo, in quanto "religione senza dio", rientri nel grande insieme "ateismo".
La psicoterapia è liberazione, e, seppur secondariamente, mi pare che fosse argomento del tuo post.

Sì, è bene sapere che...
Non so se sia un sapere che corrisponde alla realtà l'allontanamento forzato tra il mondo di due o più persone che si prefiggono lo scopo della liberazione dal dolore attraverso le parole e la pratica viva di rapporto (la psicoterapia è questo, e non è nata solo ieri) e il mondo delle conoscenze teoriche e pratiche del buddhismo.
Non so se sia un sapere che corrisponde alle cose la visione del buddhismo tutto come quello che vede nel bodhisattva compassionevole l'ideale da raggiungere.
Per quanto ne so, per studi e pratica, mi fa pensare che sì, è un bene sapere.
Il mio saluto, e grazie per l'ospitalità.

l'incarcerato ha detto...

Carissimo Cometa, scusami se sarò brave nella risposta, potrebbe apparire ingenerosa per questo tuo bel post.

Tutti sanno che Marx disse che "la religione è l'oppio dei popoli". Ma per fortuna sua ai suoi tempi ancora non c'era la TV che ha sostituito molto bene la religione e il lavaggio del cervello lo fa benissimo.

E comunque mi piace la risposta di alcuni vescovi, purtoppo in fase di estinzione, della grande Teologia Della Liberazione che con una battuta dicevano: "E perchè vi fa così schifo l'oppio?"

Sono sicuro che Marx, oggi, avrebbe rivisitato questa sua affermazione...

Lo so, dovrei scrivere ancora altro. Ma il tuo è un tema molto complesso e cominque mi hai dato la forza per scrivere,al più presto, un bel post sulla teologia della liberazione e del fatto che per fortuna l'ateismo non è più il principal elemento per auspicare una società diversa e alternativa.

Non è un caso che il segretario del principal partito di sinistra radicale è un Valdese...

Alessio in Asia ha detto...

Ciao Cometa,
"religione" è un termine abbastanza chiaro. Io non credo nell'esistenza degli dei, per cui forse non sono definibile "religioso". Non so bene e ad ogni modo non amo troppo essere inquadrato in un sistema di pensiero, visto che mi riservo il diritto di cambiare la mia opinione, nel caso qualche divinità mi si rivelasse in modo chiaro.

Invece "Spiritualità" è un termine piu' ambiguo, che però pone l’accento sul valore personale dell'esperienza.

Io non ho nulla contro la spiritualità, e penso che in un certo senso tutti, anche gli atei, siano in qualche modo spirituali.

"I do not believe in a personal God and I have never denied this but have expressed it clearly. If something is in me which can be called religious then it is the unbounded admiration for the structure of the world so far as our science can reveal it." diceva Albert Einstein nel 1954. Era una persona spirituale? In un certo senso si. Perchè no? Ammirare la struttura del mondo non è una spruzzata di spiritualità? Emozionarsi vedendo un'alba non è una forma di spiritualità?

Io, come a mio avviso la maggior parte delle persone che non credono negli dei, non sento "alcun bisogno di stabilire una teoria per escludere lo spirituale". Anzi. Mi piacciono cose come la poesia, l'amore, l'affetto. Certo, anche l'amore è una cosa che può essere spiegata scientificamente. Ma non mi sembra una ragione valida per trattare questo sentimento in modo freddo e distaccato. Sono interessato a conoscere il mondo in modo scientifico, a sapere perchè gli animali amano i loro cuccioli e così via, ma non per questo considero la sfera spirituale inesistente. La lascio tranquillamente convivere con la spiegazione scientifica delle cose, quando c'è.

Dici che "Quello che manca alla sensibilità umana e democratica degli atei, generalmente, è il rispetto per la religiosità o la vita spirituale del singolo."
Non condivido. Non vedo perchè il rispetto e la tolleranza debbano essere piu' radicati in una persona che crede in dei dogmi religiosi (ad esempio, un cattolico apostolico romano), rispetto a una persona che non crede nell'esistenza degli dei. Inoltre, storicamente mi pare che le cose siano andate nel verso opposto: religiosi meno democratici e tolleranti, atei piu' amanti di democrazia, libertà e diritti.

Ad esempio, visto che tu hai accennato all'UAAR, credo che l'UAAR sia molto piu' rispettosa della religiosità-spiritualità-credenze-pensieri-opinioni-filosofia dei singoli rispetto a molte altre organizzazioni religiose-spirituali-filosofiche.

L'UAAR sostiene e fa battaglie proprio per non permettere allo stato o a qualunque gruppo religioso o ateo o filosofico di invadere la sfera privata, di influenzare la vita e le credenze religiose, spirituali o filosofiche del singolo.

Se (per magia) domani l'UAAR dovesse assumere il peso politico e religioso della Chiesa Cattolica, o dell'Islam, o degli evangelisti americani, non si metterebbe a proibire un bel niente. Non ti verrebbe a imporre di abortire o di non abortire, di divorziare o meno, di pregare 5 volte al giorno o mai. Darebbe solamente piu' diritti, senza toglierne nessuno.

Certo, esprimerebbero la loro opinione - che gli dei non esistono -, ma continuerebbero a lasciare ogni associazione di cittadini (come le sette religiose) libere di esprimere opinioni differenti e di propagandarle ai quattro venti.

cometa ha detto...

Caro Alessio,
mi è un po' difficile ora risponderti su un testo che ho scritto tanto tempo fa; non ci sono più "dentro"...
Anche Federica, qui sopra, si interrogava sulla relazione tra spiritualità e religione. Per me, la spiritualità è una capacità dell'apparato "astrattivo" umano, come la razionalità, e quindi cerco di svilupparla armonicamente insieme al resto. Cioè, la pratico, non la "godo" semplicemente quando vedo un'alba.
Quando ciò si concretizza in un qualsivoglia "sistema", io lo chiamo "religione", come analogamente (scusa il parallelo molto grossolano, ma non mi viene in mente di meglio) la filosofia sta alla pratica della razionalità o la matematica a quella della logica.
Se la religione è prodotta dal "lavoro" spirituale, vedi anche tu che non può essere dogmatica.
Le religioni "ufficiali" sono gruppi più o meno grandi di persone che condividono liberamente princìpi simili o assimilabili. Tutto qui; per esempio, se sei cattolico ma non sopporti, supponiamo, l'ingerenza moralistica del clero nella vita quotidiana, nessuno ti trattiene dall'andartene.

Molte religioni si sono dotate di un sistema gerarchico, un sistema di autorità, ed io penso che in questo modo abbiano "perduto l'anima". Sono divenute un sistema di potere, di controllo politico e morale. Hanno creato imperi economici, represso popolazioni intere, ammazzato, mosso guerre... Ma non era di questo che parlavo, col termine "religiosità".
Vedi, ho frequentato spesso nel passato il sito della UAAR, perché mi era venuto lo sghiribizzo di sbattezzarmi. Vi ho trovato toni da propaganda, del tutto accostabili a quello dei gruppi carismatici; articoli pseudo-storici sulle religioni parziali, polemici, pieni di paccottiglia da pamphlet. Nessuna serietà, nessuna apertura mentale.
Nessun percorso di liberazione. Avevano solo cambiato papa.
Ciao! cometa